Stupore e rabbia. Quando le agenzie di stampa si ammonticchiano sul tavolo di Arcore con le dichiarazioni di Angelino Alfano, Berlusconi serra la mascella.

È dispiaciuto. Soprattutto incredulo. Non parla. «Non pensavo arrivasse a tanto – dice – Sono attonito. È pazzesco», si sfoga con un filo di voce.

In chiaro non vuole replicare in alcun modo anche perché per lui è un giorno particolarmente doloroso: ad Arcore, infatti, il Cavaliere commemora con la famiglia la morte dell’adorata mamma Rosa, deceduta a 97 anni il 3 febbraio del 2008.

Alla tristezza del momento per il ricordo di un lutto si aggiunge però l’amarezza per le parole particolarmente taglienti del suo ex pupillo Angelino. Vero che sabato, da Arborea in provincia di Oristano, era stato Berlusconi a definire gli alfaniani «utili idioti» della sinistra. Ma per il Cavaliere era un ragionamento politico e non un attacco frontale alla persona. «Ho soltanto parlato di un fatto incontrovertibile: quelli del Nuovo centrodestra hanno fatto da stampella alla sinistra e hanno voluto fare una scissione che di fatto ha spaccato il fronte dei moderati. Questa è la verità», ripete Berlusconi. Il cosiddetto fallo di reazione di Angelino, tuttavia, fa male.

Il passaggio che più lo colpisce e delude, però, è quello in cui Alfano dice di essersi «rotto le scatole di sentire dire sempre le stesse cose sull’oppressione fiscale, burocratica e giudiziaria»; e anche quando Angelino tira in ballo i numeri spiegando che «Forza Italia era al 38 per cento mentre ora è al 22…». Un’accusa ingiusta posto che, ricorda il Cavaliere «Volevo lasciare, occuparmi dell’Università della libertà, della Fondazione Berlusconi che costruisce ospedali per bambini nel mondo e del mio amato Milan. Poi il partito mi ha richiamato perché il Pdl era sceso clamorosamente nei sondaggi all’11,7 per cento. Per senso di responsabilità ho accettato di gettarmi in una campagna elettorale che, nonostante i limiti della par condicio, mi ha visto raddoppiare i voti». Sceso nei sondaggi quando a guidarlo c’era proprio Angelino.

Se non usa il termine «ingratitudine», il concetto è quello. Anche perché, ripete che «io ho dato al partito e tutti hanno avuto posti di prestigio grazie a me. Al mio nome». Derubrica l’uscita di Alfano alla condizione di difficoltà del Nuovo centrodestra: in difficoltà nei sondaggi e destinato a cedere posti fino ad ora occupati grazie al nome «Berlusconi».
Poi, il Cavaliere accenna alla crisi di governo e conferma l’apertura di credito al segretario del Pd, premier in pectore: «I provvedimenti che ci piacciono li voteremo – dice a chi lo sente – Un imprenditore come me non può non essere d’accordo alla riduzione dell’Irap, che sembra essere uno dei cavalli di battaglia di Renzi». Insomma, opposizione responsabile. Oltre che sulle tasse, il Cavaliere sposa Renzi anche sulla prossima battaglia contro la burocrazia e i ritardi della pubblica amministrazione.

La stima e a tratti l’ammirazione per il decisionismo del sindaco di Firenze non va confuso con un’infatuazione totale, però. Berlusconi è infatti convinto che «Renzi non avrà vita facile. E non è detto che riesca nei suoi propositi». La situazione è particolarmente ingarbugliata e nel Pd le acque sono agitatissime. Ecco perché il Cavaliere, che pure spera che le riforme vadano in porto, continua a predicare: «Noi, in ogni caso, dobbiamo lavorare ai club. E dobbiamo essere pronti a ogni evenienza». Nei propositi renziani le urne sono rimandate al 2018. Nei fatti no.

 

(ilgiornale)

Studente universitario. Motto: "dipenderai meno dal futuro se avrai in pugno il presente".

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